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Esiti indagine sul precariato nelle scuole friulane

Per il Coordinamento Precari Scuola Gabriele Donato – Sintesi degli esiti dell’inchiesta promossa dal Coordinamento Precari Scuola (CPS) della provincia di Udine

da: http://www.orizzontescuola.it

Il campione considerato

I questionari che sono stati raccolti nel corso di tre pomeriggi di chiamate per le supplenze disponibili nella provincia di Udine sono 102: il dato appare significativo, soprattutto se valutato in relazione al contesto caotico della rilevazione (le chiamate non si svolgono certo in modo ordinato e tranquillo) e al coinvolgimento nelle stesse operazioni di chiamata di quanti hanno distribuito i questionari.
Tre sono i questionari restituiti da docenti della scuola dell’infanzia, 2 da docenti della scuola primaria (elementari), 31 da docenti della scuola secondaria di primo grado (medie), 66 da docenti della scuola secondaria di secondo grado (superiori). Appare chiaro, pertanto, che i risultati dell’inchiesta sono effettivamente rappresentativi della condizione dei docenti precari della scuola secondaria.
Senza eccessive pretese di precisione, i 97 docenti della scuola secondaria che hanno risposto alle nostre domande potrebbero essere il 10-15% del totale dei precari che lavorano annualmente nelle medie e nelle superiori della provincia (i quali dovrebbero essere circa 7-800, su un totale di circa 2900 cattedre).

Chi sono i precari intervistati?

Nel 60% dei casi si tratta di donne, nel 40% di uomini: la (tradizionale) prevalenza femminile appare maggiormente sfumata alle superori, mentre essa è particolarmente significativa negli ordini di scuola inferiori. Il 70% degli intervistati ha un’età che va dai 31 ai 40 anni, circa il 15% ha oltre 40 anni, mentre coloro che hanno meno di 30 anni solo il restante 15%: il dato appare significativo, perché conferma che il supplente non corrisponde affatto all’immagine del giovane neolaureato privo di esperienza e in attesa di altra collocazione pure diffusa presso l’opinione pubblica. Come confermato anche dagli altri dati raccolti, la grande maggioranza dei precari impiegati negli istituti friulani ha iniziato a lavorare a scuola dopo una lunga preparazione specificamente orientata all’insegnamento, e ha già acquisito livelli significativi di esperienza.

Solo 3 degli intervistati, infatti, sono privi dell’abilitazione all’insegnamento acquisita secondo i percorsi previsti: quasi il 90% degli intervistati ha conseguito, dopo la laurea, l’abilitazione presso le Scuole di Specializzazione, mentre sono addirittura il 10% coloro che hanno conseguito l’abilitazione in occasione degli ultimi concorsi nazionali che si sono svolti (l’ultimo nel 1999). Quasi il 15% dei precari ha conseguito anche il titolo di dottore di ricerca, mentre un altro 6% ha conseguito, oltre all’abilitazione, altre specializzazioni (master, p.e.).

I percorsi formativi, pertanto, appaiono lunghi e articolati (oltre che estremamente costosi), e non è un caso che solo il 17% degli abilitati all’insegnamento abbia acquisito il proprio titolo professionale entro i 27 anni, mentre circa il 68% degli stessi ha conseguito la propria abilitazione fra i 28 e i 35 anni. Coerente con questi dati è l’età alla quale gli intervistati hanno riferito di aver svolto la propria prima supplenza: solo il 14% circa di quanti hanno risposto ha riferito di aver iniziato a lavorare a scuola prima dei 27 anni, mentre più del 73% ha iniziato fra i 27 e i 33 anni. Balza agli occhi l’enorme differenza con gli insegnanti entrati a scuola negli anni Settanta e Ottanta, chiamati spesso a fare supplenze prima ancora di aver conseguito la laurea.

I dati sulla composizione delle famiglie di appartenenza appaiono sostanzialmente coerenti con quelli anagrafici: quasi il 15% dei precari intervistati, infatti, vive ancora con la propria famiglia d’origine, mentre quasi il 55% vive in situazioni di coppia; circa il 23% dichiara di avere figli. Dal punto di vista della collocazione abitativa, il 70% circa degli intervistati paga mensilmente la rata del mutuo o l’affitto, e la cifra nel 39% dei casi è superiore ai 500 euro.

L’esperienza del precariato

Nel corso del 2009-10 poco più del 21% degli intervistati ha avuto l’opportunità di lavorare con un contratto di 12 mesi (dal 1 settembre al 31 agosto); quasi il 56% ha lavorato con un contratto di 10 mesi; il 10% ha lavorato per un numero inferiore di mesi; l’8% per poche settimane e il 5% non ha proprio lavorato; è utile sottolineare che ciò non significa che solo il 5% dei precari, nel corso dell’anno scorso, sia rimasto senza lavoro, perché è chiaro che, probabilmente, tanti di coloro che non hanno avuto l’opportunità di lavorare non si sono nemmeno presentati alle chiamate per il 2010-11. Fra coloro i quali hanno lavorato nel corso dello scorso anno, solo il 62% ha avuto un contratto a tempo pieno (18 o 24 ore settimanali), mentre quasi un precario su 5 ha potuto lavorare solo per meno di 13 ore alla settimana.

In relazione al complesso dell’impegno lavorativo prestato a scuola, appaiono particolarmente significativi alcuni dati, innanzitutto quello relativo alla continuità lavorativa: solo il 45% dei precari ha avuto la possibilità di lavorare per almeno due anni nella stessa scuola; detto in altri termini, più della metà dei precari cambia scuola ogni anno (e in alcuni casi più volte nello stesso anno), con tutte le conseguenze immaginabili in termini di continuità didattica (per gli allievi, oltre che per i docenti stessi) e di difficoltà logistiche e organizzative.

Dal punto di vista dell’esperienza acquisita, il 39% dei precari ha avviato il proprio percorso da (relativamente) poco tempo, in quanto ha lavorato fino a oggi in non più di 3 scuole; il 37% ha gia acquisito una buona esperienza, in quanto ha lavorato in un numero di scuole variabile dalle 4 alle 6; il 14% circa può vantare una lunga esperienza d’insegnamento, in quanto ha lavorato in un numero di scuole variabile dalle 7 alle 10; mentre lunghissima può essere definita l’esperienza del 6% circa dei precari, che riferisce di aver lavorato in più di 10 scuole. In altri termini, non meno di un precario su 5 ha alle proprie spalle almeno 5 anni di lavoro; fra i precari “di vecchia data”, 3 su 4 lavorano alle superiori, mentre negli ordini di scuola inferiori il ritmo di assorbimento dei precari negli organici di ruolo appare meno rallentato.

Per tornare all’ultimo anno di lavoro, estremamente significativi sono i dati relativi alla retribuzione mensile: solo nel 45% dei casi essa è stata superiore ai 1200 euro, mentre nel 21% dei casi essa è stata inferiore ai 1000 euro; considerato l’ammontare medio degli stipendi, e il fatto che solo un parte dei precari può contare su dodici mensilità all’anno, non stupisce il dato relativo agli altri lavori con i quali i supplenti integrano l’insegnamento: la metà esatta degli intervistati è stata impiegata, da quando ha iniziato a lavorare a scuola, anche in altre attività; per citare solo due dati riguardanti i precari che non hanno lavorato solo a scuola, uno su 5 ha svolto attività di ricerca grazie a borse di studio o assegni, mentre quasi uno su 4 ha svolto attività didattica di vario tipo presso corsi professionali, istituti per il recupero anni etc. Sul totale degli intervistati, più del 15% ha lavorato anche presso scuole private non parificate.
Se in precedenza sono stati riferiti i dati relativi al numero di scuole presso le quali i precari hanno lavorato, meritano di essere citati anche quelli relativi alla distanza di casa dell’ultima scuola in cui sono stati impiegati: nel 46% dei casi la distanza da percorrere per andare al lavoro era superiore ai 30 km, e nel 27% dei casi il tempo di viaggio per andare a lavoro e per rientrare era superiore ai 60 minuti.

Cosa pensano i precari del proprio lavoro?

La seconda parte del questionario è stata dedicata innanzitutto a raccogliere le valutazioni degli intervistati sulla propria esperienza lavorativa; i primi dati riguardano precisamente il livello di soddisfazione relativa al proprio lavoro: si dichiara molto soddisfatto il 14% dei precari, abbastanza soddisfatto circa il 49%, abbastanza insoddisfatto il 23% e molto insoddisfatto il 13%. Crescono le percentuali di insoddisfazione riferite allo stipendio con il quale viene retribuito l’insegnamento: il 5% si dice molto soddisfatto della ultima paga ricevuta, il 50% abbastanza soddisfatto, il 31% poco soddisfatto, il 14% per niente soddisfatto.

La scarsa retribuzione, tuttavia, non rappresenta il problema principale con cui devono fare i conti i precari: se quasi un intervistato su 4 lo reputa tale, ben 4 su 5 ritengono che siano le scarse prospettive di stabilizzazione la difficoltà più evidente con la quale fare i conti, mentre più della metà dei precari si lamenta pure per la scarsa continuità lavorativa; a seguire, l’eccessiva mobilità geografica viene indicata da un intervistato su 5 e le scarse prospettive di carriera da uno su 6.

E’ del tutto evidente quanto sia proprio l’incertezza sulle prospettive il motivo principale di “sofferenza” per quanti lavorano a scuola da precari: non sorprende, pertanto, che il 62% degli intervistati definiscano l’esperienza del precariato come una grave ingiustizia cui sono condannati troppi insegnanti; appare negativo il giudizio anche di coloro i quali la descrivono nei termini di un’esperienza formativa importante ma troppo prolungata (quasi il 28%), o nei termini di un’inutile perdita di tempo in attesa dell’assunzione in ruolo (circa l’8%); è positiva la valutazione solo del 2% degli intervistati, che parlano di un periodo di “gavetta” indispensabile per acquisire la necessaria professionalità.

Le preoccupazioni diffuse per le prospettive si traducono in uno dei dati forse più significativi fatti emergere dall’inchiesta: solo il 37% degli intervistati dichiara di non avere alcuna intenzione di cambiare lavoro nel futuro, il 41% ha iniziato a pensarci o ha addirittura iniziato a cercarsi un altro impiego, mentre il 22% non ha saputo rispondere alla domanda; questo significa che quasi due precari su tre temono che a scuola, per loro, gli spazi si stiano progressivamente esaurendo.

Il dato appare clamoroso soprattutto perché riferito a lavoratrici e a lavoratori che, nella grande maggioranza, hanno superato i trent’anni, parte significativa dei quali dedicata proprio a perseguire un obiettivo (l’insegnamento) che appare sempre meno realizzabile. Coloro che nutrono la fiducia di poter essere assunti in ruolo sono ancora di meno: solo il 21% pensa, infatti, di avere la possibilità di farcela, e la percentuale si riduce ulteriormente, al 16%, se ci si riferisce alla possibilità che il traguardo in questione venga raggiunto nel corso dei prossimi cinque anni.

Ma il dato più preoccupante di tutti, forse, è quello relativo alle valutazioni proposte sullo stato dell’istruzione pubblica in Italia: una componente fondamentale del corpo docenti – quella rappresentata dai precari – ritiene a larghissima maggioranza, il 66%, che l’istruzione versi oggi in cattive condizioni; il 18% ritiene che tali condizioni siano appena dignitose, il 10% discrete e solo il 6% buone. Nessuno degli intervistati ritiene che le scuole italiane si trovino in ottime condizioni. E’ chiaro che le proprie difficoltà condizionano negativamente il giudizio dei precari, ma ciò nondimeno tale giudizio appare sintomatico di un’impressione diffusa fra gli insegnanti: quella, cioè, di non essere più in grado di fornire agli allievi quella qualità dell’istruzione che non smette di essere enfaticamente evocata dalla retorica ministeriale.

A chi imputano i precari le responsabilità della crisi del sistema scolastico?

Il disagio che accompagna la condizione d’incertezza in cui si trovano a lavorare i precari impiegati presso le scuole friulane si traduce in un giudizio drastico relativo alle colpe della politica: circa 7 intervistati su 10 ritengono che sia la classe politica nel suo complesso a portare le responsabilità maggiori delle difficoltà in cui versa l’istruzione pubblica in Italia; il giudizio non appare come la conseguenza di un qualunquismo diffuso fra gli insegnanti precari, visto che quanti hanno chiarito di non interessarsi affatto alla politica sono solo il 6%, mentre il 45% esplicita un discreto interesse e il 49% addirittura un grande interesse. Più del 70% degli intervistati, inoltre, non esita a chiarire la propria collocazione politica.

Proprio in ragione di quest’interesse diffuso, la “bocciatura” del complesso della classe politica appare particolarmente rilevante; notevole anche la percentuale dei precari che addebita principalmente ai governi di centro-destra le responsabilità principali (circa il 22%); la burocrazia del ministero e degli uffici scolastici è, invece, nel mirino del 15% degli intervistati. Colpiscono, d’altro canto, anche altri due dati: il 13% degli intervistati imputa responsabilità anche alle organizzazioni sindacali, ed è identica la percentuale di quanti puntano il dito contro i colleghi. Dai commenti scritti presenti nei questionari, s’intuisce che ai sindacati i precari imputano un’attenzione pressoché esclusiva nei confronti dei docenti di ruolo, e ai colleghi (evidentemente a quelli di ruolo) i precari imputano il disinteresse nei confronti delle proprie problematiche specifiche.

Appaiono legate a questi dati anche le valutazioni sui ministri che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni: se era prevedibile che più del 50% degli intervistati individuasse in Maria Stella Gelmini colei che più ha danneggiato l’istruzione pubblica nel decennio che si è da poco concluso, colpisce la percentuale (quasi il 29%) di quanti addebitano a tutti i ministri degli anni Duemila colpe significative; il 7% dei precari esplicita, invece, le proprie critiche all’operato di Giuseppe Fioroni, mentre il 6% ricorda negativamente Letizia Moratti.

Nei confronti delle organizzazioni sindacali, infine, gli intervistati esprimono un giudizio diversificato; più di un precario su due (il 52%) si dice iscritto a una delle varie sigle, il 12% sta valutando la possibilità di iscriversi, mentre il restante 36% non appartiene ad alcun sindacato, né appare interessato ad avvicinarsene. Se questi dati dimostrano la diffusione di aspettative nei confronti di tali organizzazioni, le valutazioni sul loro operato lasciano emergere un’insoddisfazione per i risultati che esse sono in grado di conseguire; secondo il 45% degli intervistati che hanno espresso una valutazione specifica al riguardo, i sindacati non sono stati in grado di tutelare i precari; il giudizio è solo parzialmente positivo per il restante 55%, che si divide fra quanti ritengono che i sindacati ci abbiano provato, pur senza riuscirci, e quanti ritengono che solo alcune sigle si siano date veramente da fare.

Anche il relazione all’operato del sindacato nelle singole scuole, gli intervistati appaiono spaccati sostanzialmente a metà: il 45% dei precari giudica positivamente le assemblee sindacali, anche se la maggioranza di essi ritiene che esse dovrebbero comunque essere organizzate meglio; il 55%, invece, esprime un giudizio negativo, legato innanzitutto alla scarsa partecipazione che solitamente vi si registra.

E cosa chiedono, allora, gli intervistati ai sindacati? Innanzitutto (così si esprime circa un precario su due) di organizzare scioperi più incisivi e di avanzare proposte di legge adeguate ad affrontare i nodi della crisi dell’istruzione; se nel primo tipo di risposta si può leggere un’insoddisfazione diffusa nei confronti della consuetudine degli scioperi tradizionali, nel secondo tipo di risposta affiora, con ogni probabilità, l’esigenza che venga messa seriamente mano all’annosa questione delle graduatorie, tramite provvedimenti legislativi specifici; a quest’ultimo problema si lega anche la terza richiesta (espressa da quasi un precario su 3), quella cioè di patrocinare ricorsi legali contro le varie ingiustizie che i precari ritengono di subire. Ancora un precario su 3 chiede ai sindacati di impegnarsi maggiormente per sensibilizzare l’opinione pubblica, tramite assemblee e presidi pubblici dal carattere informativo.

Settembre 2010

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