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Cronaca dal “nostro” spezzone del corteo di Roma.

da Liberazione

«La più grande manifestazione di sempre». Il corteo da piazzale dei Partigiani

I metalmeccanici occupano Roma. Pacificamente

Laura Eduati

Niente uova, niente fumogeni, nessun infiltrato. E gli unici gruppi stranieri, paventati da Roberto Maroni, sono gli operai migranti come John, keniota, che indossa la felpa della Fiom e da Biella ha voluto portare il figlio di dieci anni.

«La più grande manifestazione della storia dei metalmeccanici», come urlano dal palco di San Giovanni alle cinque del pomeriggio, sotto un cielo che sputa pioggia e poi finalmente un raggio di sole, mentre la coda del corteo fatica ad entrare nella piazza gremita, è una mobilitazione pacifica, a tratti persino silenziosa nello spezzone tutto operaio che parte da Ostiense ma che esplode di gioia e applausi quando, dopo il Colosseo, appare Maurizio Landini col caschetto di sicurezza. Gli operai scandiscono il suo nome, e partono con gli slogan-sberleffo contro la Cisl di Raffaele Bonanni, Marchionne-Minchionne, l’accordo separato di Pomigliano: “Bonanni vai a fare il duro, meglio un uovo oggi che una gallina in culo”. Pressante la richiesta dello sciopero generale, gli operai sono miti ma decisi alla mobilitazione totale.

A Piazzale dei Partigiani si danno appuntamento i metalmeccanici del Nord arrivati con decine e decine di pullman da Torino, Bologna, Pordenone, Parma, Treviso, Firenze, Massa. Riempiono il cielo grigio di bandiere rosse della Fiom e Rifondazione, il servizio d’ordine indaffaratissimo prepara la testa del corteo, un gruppo di operai portano ognuno una lettera a formare le scritte “Diritti” “Contratto” e “Democrazia”. Delegati e metalmeccanici hanno portato il classico striscione rosso della Fiom, uno per ogni fabbrica. Arrivano le operaie della Omsa di Faenza, fabbrica chiusa per delocalizzazione, e quelli della Eaton di Massa, stessa sorte. E poi i rappresentanti della Ducati finiti sui giornali per lo “sciopero delle saponette”: l’azienda ha soppresso i dieci minuti prima della mensa e prima del fine turno solitamente usati dagli operai per andare al bagno e lavarsi le mani sporche di grasso. «Quei dieci minuti non erano concessi gratuitamente, li recuperavamo. Ma per i dirigenti erano una perdita di tempo», spiega Alberto, che guadagna 1100 euro al mese dopo quindici anni di catena di montaggio.

E’ alto l’orgoglio di appartenere ad un sindacato forte, presente, che non fa sconti a nessuno. “Fiom, Fiom, Fiom!” ripetono gli operai col megafono. Durante la marcia, prima ancora di incontrare il secondo corteo partito da piazza della Repubblica che include anche i movimenti, i centri sociali, i migranti e gli studenti, ecco, durante una marcia fatta di fischietti e soli operai, tutti ripetono che Epifani dal palco dovrà accogliere le richieste di Landini e cioè proclamare lo sciopero generale.

E che quelle uova lanciate contro alcune sedi della Cisl «magari ci volevano perché un uovo contro il muro non fa male a nessuno» ma ora è il momento della responsabilità. «Questa piazza è la migliore risposta all’arroganza di Bonanni», dichiara senza mezzi termini un operaio delle Fonderie Montello, nel Trevigiano, dove il problema non sono i rapporti con i delegati Cisl ma «con gli operai non sindacalizzati che non si rendono conto che stiamo perdendo diritti».

Nelle fabbriche, insomma, non avvengono scazzottate simboliche con i rappresentanti di Bonanni. «Non vengono nemmeno alle assemblee, forse hanno paura di difendere la scelta dell’accordo separato», racconta un delegato Fiom della Eaton di Monfalcone, pronta a delocalizzare in Polonia. «Ma sarebbe utile se convergessimo tutti nello stesso punto, ancora: Cgil, Cisl e Uil», spera la dipendente di una azienda di cosmetici di Arezzo, non è una metalmeccanica ma come molti è venuta a Roma «per solidarietà».

All’incrocio con via Merulana, a pochi passi da San Giovanni, i due cortei si fondono. Gli organizzatori hanno voluto lasciare i partiti nello spezzone finale, dove si raccolgono Rifondazione, Sinistra Critica, il Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando, Sinistra e Libertà. Pochissime le bandiere di Idv e Pd. Sotto il palco è tutta Fiom, un pallone gigante che si alza come una mongolfiera con la scritta Flc, il sindacato Cgil degli insegnanti che si unisce alla protesta. Perché il corteo parte operaio e arriva in piazza come opposizione al governo Berlusconi. Dunque include pensionati, precari, studenti, migranti. E tutti, in attesa del comizio di chiusura di Landini ed Epifani, applaudono di solidarietà ai rappresentanti del popolo viola, al costituzionalista Gustavo Zagrebelsky che cita il primo articolo della Costituzione, la Repubblica fondata sul lavoro, e poi si spella le mani e ride alla provocazione del cantante Andrea Rivera: «La prossima manifestazione sarà l’occupazione del Parlamento, per un mese prenderemo il loro stipendio».

«Questa piazza mi ricorda quella di Cofferati contro l’art.18», sorride un operaio triestino: «Oggi la Cgil è l’unica opposizione». I suoi compagni di lavoro formano un capannello: «Quello che chiediamo alla sinistra è di rimanere unita perché il malessere dei lavoratori sta raggiungendo livelli fortissimi». Lavorano in una fabbrica che probabilmente chiuderà a gennaio: duecentotrenta famiglie senza stipendio. Piove, indossano i caschetti per non bagnarsi. Sono tantissimi. Gli organizzatori non vogliono dare numeri: «Contateci voi»

17/10/2010

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