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Caso Khadr, la banalità della pena

Il bambino soldato si dichiara colpevole. Una vittoria per il governo Usa che ha proposto il patteggiamento della pena.

“Io ho l’obbligo di mostrare al mondo ciò che succede quaggiù. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione”.

Con queste parole indirizzate ai suoi avvocati, Omar Khadr – sangue pakistano, cittadinanza canadese – aveva messo un punto fermo: non sarebbe sceso a patti con il governo Usa, non avrebbe concordato la pena per mostrare al mondo l’arroganza della grande democrazia statunitense che condanna un bambino soldato al carcere a vita; per non creare un alibi alle corti militari di Guantanamo; per non spegnere la luce sul più infame campo di prigionia del pianeta. Ma alla fine, Omar si è piegato. Il 13 ottobre ha firmato un accordo con la procura militare (nelle mani del Pentagono) e ha accettato di dichiararsi colpevole di tutti e cinque i capi d’accusa – e anche di qualcosa di più – per evitare il carcere a vita. Khadr, catturato nel 2002 in Afghanistan quando aveva quindici anni, ha trascorso un terzo della sua vita nel campo di Guantanamo, Cuba. Accusato di aver ucciso il soldato delle forze speciali Usa Speers, di aver fiancheggiato al-Qaeda nella progettazione di attentati terroristici, di aver piazzato un Ied (improvised explosive device) e di spionaggio, il ragazzo fu portato nella base aerea di Bagram, Afghanistan, dove dietro minaccia di stupro collettivo (accertata e messa agli atti dal presidente della corte Patrick Parrish) e sotto tortura, avrebbe ammesso le sue responsabilità. Di tutto ciò, compresa l’uccisione del soldato Speers, non esiste alcuna prova o testimonianza che possa confermare la ‘confessione’ del bambino soldato. Omar Khadr era l’unico ‘ribelle’ rimasto in vita in seguito all’assalto di un edificio dove si trovava un gruppo di insorti che ingaggiò una lunga battaglia con le forze speciali Usa. Ferito in modo molto grave, fu curato e rimesso in sesto: c’era bisogno di qualcuno che pagasse per la morte del sergente Speers. Nel 2003, il sedicenne Omar Khadr, nel corso di un interrogatorio effettuato da una delegazione canadese, denuncia in lacrime le torture subite; confida – con grande paura – di aver mentito, di aver ammesso le proprie responsabilità sperando che gli aguzzini statunitensi lo rilasciassero. Non andò così e anzi il piccolo prigioniero fu trasferito a Guantanamo.

Nella prima udienza di ieri, secondo gli accordi e come in una grande farsa – c’era anche la vedova Speers che testimonierà il suo dolore per la perdita del marito – Omar Khadr si è dichiarato colpevole. Solo con monosillabi, “Yes” e “No”, l’imputato a testa china eseguiva la sua parte rispondendo al giudice Parrish che gli chiedeva se avesse maturato da solo questa decisione – Yes – se gli fosse stato promesso uno sconto di pena – No – se fosse consapevole delle conseguenze della sua ammissione di colpevolezza – Yes. Come nella scena del Grande Inquisitore dei fratelli Karamazov, Omar è stato travolto dal monologo dell’onnipotente giudice che incarna i principi assoluti del governo degli Stati Uniti e del premio Nobel Barack Obama, sempre pronti a dare lezioni di democrazia, sempre pronti a indicare il rispetto dei diritti umani, sempre pronti a bacchettare le canaglie che non si piegano ai dogmi della comunità internazionale – che valgono per tutti, ma non sempre anche per Washington.

Con la dichiarazione di colpevolezza di Khadr, il governo Usa e Obama – che aveva promesso la chiusura di Guantanamo – escono con la faccia pulita, tanto da far dire impunemente al procuratore capo, capitano John Murphy: “Basta con la storia che Khadr è una vittima. Egli è un assassino e sono le sue stesse parole a condannarlo”. Incommentabile.

Secondo le rivelazioni del Washington Post, l’accordo prevede che Khadr venga condannato a otto di carcere, di cui ancora uno sul suolo degli Stati Uniti e gli altri sette in Canada, la terra natia. Ma il governo canadese, nonostante le battaglie delle opposizioni, dei gruppi che lottano per i diritti umani e una sentenza della Corte suprema canadese del maggio 2008 – secondo cui gli Usa stanno violando i diritti di un cittadino canadese – è rimasto inerte. Sono gli avvocati di Khadr ad accusare il governo per aver abbandonato il suo cittadino più debole nelle mani del governo Usa. Difatti, il portavoce del ministro degli Esteri canadese avrebbe commentato che la questione Khadr “è un affare privato tra il signor Khadr e il governo degli Stati Uniti d’America”. (Affermazione che riporta alla mente le parole del nostro ministro Franco Frattini, quando vennero arrestati – o rapiti – tre operanti di Emergency: “Voglia Iddio che i tre non siano responsabili…”)

“C’è del marcio in Danimarca”, faceva dire Shakespeare all’ufficiale Marcello sulle mura del castello di Amleto. Joyce Hedges, commentando sul Daily News l’operato del premier canadese Stephen Harper e la dichiarazione del ministero ha scritto: “Tappati il naso, Canada. Un tanfo pervade la nostra nazione”.

 

 

Nicola Sessa, Peace Reporter, 26/10/2010

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Una Risposta

  1. Desolante e triste. Peccato che queste notizie sono poco conosciute.

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