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Le lacrime di Claudia l’operaia salita sul tetto «Per noi è finita»

LAURA LEZZA da Il Tirreno

LIVORNO.

Piange di rabbia, Claudia. Piange lì fuori il palazzo della Provincia, dirimpetto al Comune circondata dagli operai e dalle operaie della Giolfo e Calcagno durante una pausa dell’incontro con le istituzioni, i sindacati e la liquidatrice che ha sancito il licenziamento dei sessanta dipendenti. Dopo sei ore e mezza di braccio di ferro, la cassa integrazione, che scade domenica, è stata prorogata di un mese e quindici giorni. Ma dopo Natale, il 27 dicembre, tutti a casa.

E’ il pianto di una combattente delusa. Una di quelle che ci credono davvero alle cose, al suo lavoro. Piange questa che è stata probabilmente la prima operaia donna in Italia a salire su un tetto per protestare. Lo scorso 2 novembre Claudia Cerase è montata in cima al tetto della Giolfo e Calcagno, la fabbrica dove ha lavorato dodici anni e che da due anni è stata chiusa. Lì è rimasta due giorni. Non per un lavoro che non c’è più. Ma per il mancato rinnovo di una cassa integrazione. Ultimo appiglio. Ultima speranza. E a quella si è aggrappata tenacemente. E poi una settimana chiusa dentro con gli altri operai presidiando la fabbrica. E’ rimasta lì dentro giorno e notte. Non è un caso che in cima a quella fabbrica sia salita proprio lei.

Un mese prima all’assemblea dei lavoratori dell’Inalfa la sede della multinazionale olandese in partenza per la Slovacchia parlano le istituzioni e tutti i sindacati. Sono presenti anche alcuni delegati delle altre realtà livornesi in crisi. Interviene il sindaco, il presidente della Provincia, l’assessore provinciale, i sindacati. Nessun operaio parla. Ma parla Claudia. “Scusate se intervengo. Sono un’operaia della Giolfo e Calcagno. Volevo portare la mia solidarietà agli altri operai e ricordare che noi siamo in cassa integrazione da due anni.”. Parla stringendo i suoi pugni dentro le tasche della tuta. Le trema quasi la voce, timida, non certo sfrontata. Ma determinata. “Non mi voglio arrendere a questa chiusura, non è giusto, volevo dire questo”. Qui è iniziata la scalata di Claudia sul tetto della Giolfo e Calcagno. “Perché sono salita io sul tetto? Il mio collega Massimo ha detto che sarebbe salito. E ho pensato che dovevo andare anche io. Non ho figli a casa. Era giusto che salissi io. Dovevo fare qualcosa anche io”. Trentacinque anni, studi di ragioneria, brava studentessa prima, responsabile operaia poi. Dodici anni in fabbrica, coordinatrice di linea, una che ama il suo lavoro, una che non si tira indietro. Poi da 3 anni Rsu in fabbrica. Una casa sua, un piccolo orto, un mutuo da pagare. E poi la cassa integrazione a mettere tutta la vita in discussione, un’altra volta. Ma Claudia non ci sta. E’ una di quelle che si arrabbia, si indigna, combatte. «Non siamo stati sul tetto per un mese di proroga!». Nei giorni del presidio il tempo passa tra tazze di caffè, giornali, web, la preparazione dell’assemblea. Si aggira tra i letti che hanno sistemato nei vecchi locali abbandonati della fabbrica. I vecchi mobili all’asta, le finestre chiuse, il freddo che entra. Lei si stringe nel cappotto, un po’ delusa, un po’ speranzosa, un po’ arrabbiata. “Io lo so che la gente non si muove. Vorrei che piano piano capissero. Siamo dovuti salire lassù per avere un presidio quaggiù”. Vorrebbe tutti come lei. Tutti combattenti. Tutti non lo sono. Ma in molti le chiedono spiegazioni, la cercano. Lei c’è per tutti, parla, spiega, racconta. E la seguono, piano piano. Incoraggia. E lei si fa incoraggiare dalla presenza degli operai delle altre realtà venuti questa volta loro, a parlare nella sua fabbrica.

Fuori si abbatte uno scroscio d’acqua, la “pasionaria della Giolfo e Calcagno” si asciuga le lacrime, si fa una delle sue sigarette con il tabacco e ritorna determinata: “Dobbiamo entrare tutti nella stanza, soprattutto le donne”. Alle cinque e mezza la resa. A testa alta.

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