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Usa, Natale amaro

Dopo il “no” del Congresso, 2 milioni di disoccupati rimarranno senza sussidio statale già da prima di Natale.

“È difficile da credere”. Alla vigilia della votazione al Congresso degli Stati Uniti sull’estensione dei benefici assicurativi federali per i disoccupati statunitensi, il New York Times pubblicava un editoriale in cui si sosteneva quanto fosse arduo accettare un blocco dei sussidi per coloro che non hanno altro mezzo di sostentamento che l’aiuto pubblico.

Non sono passati neanche due giorni da quest’affermazione, che i timori sono diventati realtà: oltre 2 milioni di disoccupati rimarranno senza assegno statale a partire dal prossimo 11 dicembre. Col ribaltamento della maggioranza alla Camera, perfezionatosi dopo le elezioni di metà mandato dello scorso novembre, si sono rovesciate le necessità politiche del Paese. Le preoccupazioni repubblicane sul deficit pubblico hanno avuto la meglio sulle politiche di welfare tipiche dello schieramento democratico.

Troppo ingente, secondo il Gop, la spesa di 5 miliardi di dollari al mese, per aiutare coloro che non hanno un lavoro, quando la Nazione ha un debito pubblico di 13.800 miliardi di dollari, con un aumento di 3.800 miliardi previsto per i prossimi 10 anni. Il fronte del “no” ha dunque avuto la meglio sul partito del presidente Barack Obama che, solo un anno fa, era riuscito ad approvare, mediante decreto, una dilazione degli assegni di sussidio per 20 settimane. La sconfitta dell’amministrazione al voto di “mid-term” ha minato il programma obamiano e messo alla porta le necessità di chi è in cerca di occupazione. Sono 635mila quelli che perderanno i benefici entro l’11 dicembre e oltre 1 milione e 600 mila coloro che dovranno rinunciarvi entro Natale.

Fra questi ci sono nuclei familiari a cui lo Stato versa sovvenzioni variabili che, mediamente, si aggirano intorno ai 302,90 dollari mensili. Una cifra troppo bassa per chi, come Wayne Pittman, 46 anni, di Lawrenceville, Georgia, deve provvedere al mantenimento della moglie e del figlio di 9 anni. Wayne è un falegname e, prima essere licenziato, lavorava fino a 80 ore alla settimana. Dopo la congiuntura di crisi la sua attività è gradatamente scesa a 15 ore la settimana, prima della totale interruzione. “Ho un bambino ed è un po’ difficile spiegargli che a Natale non avrà un regalo perché è già difficile fare la spesa” ha raccontato l’uomo, beneficiario di un assegno da 297 dollari, ad Associated Press.

Quella di oggi è la seconda interruzione, in due anni, dei fondi per i disoccupati. Nell’estate del 2009 il Congresso si pronunciò per un congelamento dei sussidi che si prolungò per cinquantuno giorni. La votazione attuale avrebbe, invece, dovuto concedere una proroga di 99 settimane. Chi è nelle liste dei beneficiari sono coloro che dimostrano, periodicamente, di aver fatto di tutto per trovare un’occupazione. “Faccio domanda per almeno due posti di lavoro al giorno – ha detto Silvia Lewis, di Nashville, Tennessee – La cosa che mi sono sentita dire ogni volta, e un sacco di miei amici sono nella stessa barca, è che sono troppo qualificata“. La storia sembra essere sempre la stessa: chi non entra perché non ha esperienza, chi non lo fa perché ne ha troppa.

Il fenomeno dei “99ers”, i novantanovesimi, li chiamano negli Stati Uniti richiamandosi al numero delle settimane da prorogare. Sono loro che aspettano le risposte per un lavoro mentre sperano che lo Stato non tagli quei pochi fondi che possano permettergli di tirare avanti o, addirittura, di non perdere tutto. Negli States, per molti, questo “tutto” è la casa. Dopo il terremoto che ha colpito il settore dei mutui, Jeanne Reinman, 61 anni, di Greenville, Sud Carolina, rischia quotidianamente di perdere la sua casa e con i 235 dollari che lo Stato le passa per vivere, la donna deve pagare, oltre le rate del mutuo, anche le spese fatte con la carta di credito quando ancora lavorava. “Sono più preoccupata di non perdere la mia casa che di pagare voi” ripete quotidianamente la donna ai suoi creditori.

Antonio Marafioti, PeaceReporter, 01/12/2010

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2 Risposte

  1. Purtroppo negli USA il potere decisionale non è nelle mani di nessun presidente(democratico o repubblicano che sia), ci sono dietro dei poteri forti e lobby economiche(assicurazioni, banche, mas media) contrarie a qualsiasi forma di cambiamento strutturale del sistema sociale, basta pensare alla grande difficoltà che sta attraversando l’attuale inquilino della Casa bianca(eletto a grandissima maggioranza)nel portare avanti la riforma sanitaria.

  2. Non ho mai avuto illusioni su Obama, probabilmente per la mia viscerale antipatia verso il sistema sociale e politico degli USA, ma ora penso di essere stato addirittura troppo cauto, l’Obama di oggi non è solo una delusione è semplicemente una controfigura di sé stesso. Sono ancora più convinto che i “cazzari” nostrani, i quali parlano ad ogni piè spinto, del loro sogno come di qualcosa di positivo e utile, vedi i casi di Berlusconi e del suo alterego Vendola, siano da rifiutare in blocco. Nessun sogno può ridurre le diseguaglianze sociali, le ingiustizie d’ogni tipo, Obama ne è la conferma.

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