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Dialoghi occasionali: sull’indennità di cassa

Oggi ho avuto un colloquio per un lavoro, ed aspettando di essere chiamato ho avuto modo di scambiare quattro parole con altri ‘colleghi’ che aspettavano il loro turno.

Il discorso è caduto sulla nostra situazione e sulla Cigs in particolare. Una di loro mi ha riferito una sua testimonianza riguardo la mentalità di alcuni impiegati delle istituzioni.

Un suo collega si era rivolto ad un ente pubblico per espletare alcune pratiche necessarie alla cassa integrazione — non so dirvi se in deroga o meno e nemmeno quale fosse l’ente, in quanto la narratrice su questi punti non è stata molto precisa ed io non ho voluto interrompere il racconto per non minarne la spontaneità —  ad un certo punto l’impiegato dell’ ente se ne esce fuori con una frase del tipo :

“Eh, lei vorrebbe la cassa integrazione? Ma lo sa chi è che paga la cassa integrazione? “

alla domanda l’interpellato risponde secco:

 ” Ce la siamo pagata noi! In 20 anni di lavoro! E siamo sempre noi che ti paghiamo lo stipendio!”

A questa risposta sembra che l’impiegato abbia fatto scena muta e prima di poter pensare ad una eventuale replica, è stato prontamente allontanato dal suo capo ufficio.

Anche in altre occasioni ho potuto notare che in alcune persone dallo scarso intelletto e di indole maligna sia diffusa la sensazione che chi si trova in Cig in fondo sia una figura privilegiata che se ne sta a casa ad incassare soldi senza fare niente. Di solito si tratta di persone che hanno il sedere pieno e ben parato e non hanno nemmeno la lungimiranza di farsi quattro conti.

Nel mio caso personale in 20 anni di lavoro tra tasse e contributi ho versato metà dei miei stipendi allo  stato. Era sottointeso che tutti quei soldi sarebbero dovuti servire anche a coprire gli ammortizzatori sociali in una situazione come questa. In un paio di anni di Cig mi verrebbe restituito neanche il 10% di quello che ho versato.

Resta quindi incontestabile che i soldi della Cig ed anche della mobilità siano nostri e se si considera il fatto che probabilmente  una pensione decente non la vedremo mai (cosa di cui sono fermamente convinto)  e  che dovremmo ritenerci fortunati ad andarcene dal mondo del lavoro con una minima sociale di 300 euro; a conti fatti è  molto probabile che moriremo prima di rientrare alla pari con i soldi versati in 35-40 anni di lavoro. — e moriremo in miseria potrei anche aggiungere, salvo innate  capacità di autogestione o fortune individuali —.

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