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Quasi sette giorni dopo di Pisapia ancora nessuna traccia

Nessun lamento, solo una esortazione a passare dalle parole ai fatti rivolta al primo cittadino di Milano da parte di un gruppo di rifugiati africani e non solo. Nella lettera, le persone ringraziano, ma siete stati solo capaci “di offrirci da dormire per strada. Le contorsioni della legge comunitaria, l’accordo di Dublino II

Gli immigrati al sindaco Giuliano Pisapia “Per favore lasciateci andare via di qui”

di GIULIA CERINO

MILANO – “In campagna elettorale, il sindaco Pisapia non ha fatto altro che parlare di cambiamento e se l’Amministrazione è pronta, lo siamo anche noi”. Non è un lamento ma un’esortazione a passare dalla teoria alla pratica. E’ una richiesta, il risultato di oltre quattro anni di presenza forzata in territorio italiano. Il tutto contenuto in una lettera piena di citazioni e riferimenti all’attualità politica del nostro Paese. Quasi come se a scriverla fosse un italiano. Trenta righe stampate con caratteri bianchi sullo sfondo nero del sito “Milan Refugees 1” e dirette al neo-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

La richiesta di Yacob. La faccia, anzi la firma, ce la mette Paulos Yacob, scappato dall’Eritrea nel 2006 e da quasi sette anni rifugiato politico. E’ lui che, in un inglese un po’ impreciso, scrive al primo cittadino per bocca di un gruppo di rifugiati politici somali, eritrei, sudanesi ed etiopi che dal 2009 non fanno altro che chiedere all’Amministrazione comunale milanese il rispetto dei diritti umani. Da anni, non hanno una casa, dormono per strada, non si possono lavare come le persone normali. “Siamo in Italia, cerchiamo protezione ma non ci sentiamo protetti. Allora, per favore, lasciateci abbandonare questo Paese che non ci concede nessuna opportunità”.

“Ci avete solo fatto dormire per strada”. Nella lettera, i rifugiati ci ringraziano, ma c’è poco da ridere perché siamo stati solo capaci “di offrirci da dormire per strada. Quando siamo andati in Comune e in prefettura  –  scrivono –  abbiamo chiesto due cose: cancellate la nostre impronte, oppure dateci una lettera per lasciare la Penisola, lasciateci partire a piedi”. Gli è stato impedito perché la legge comunitaria, l’accordo di Dublino II, prevede che il peso dell’accoglienza sia tutto a carico dello Stato di primo passaggio, l’Italia appunto.

Si sentono in gabbia.
Non solo. Il provvedimento europeo, è stato pensato apposta per impedire che i richiedenti presentino domanda di asilo in più Stati membri. Ecco perché Yacob e gli altri si sentono in gabbia. Non possono andar via dal Belpaese ma non possono nemmeno viverci regolarmente. “A noi, l’accordo di Dublino sembra come una repressione nazista contro gli ebrei, quando Hitler controllava i loro movimenti anche sul posto di lavoro, ci usano come se fossimo in un sistema di nuova schiavitù”. La legge è legge. Ma non sta scritto da nessuna parte che ai rifugiati debba anche essere negato il diritto alla casa, quello di accedere ai corsi di formazione professionale per iniziare a lavorare o ai corsi di lingua, per imparare l’italiano come lo parlano gli italiani. Non che non possano studiarlo a Milano. Potrebbero, se solo avessero abbastanza soldi per pagarsi le lezioni.

Mai integrati. Nel 2009, il gruppo di rifugiati, appoggiato dall’associazione 3 Febbraio, aveva occupato uno stabile a Bruzzano, un quartiere della periferia nord di Milano e per oltre sette mesi anche piazza Oberdan, nel centro della città. Hanno protestato. Hanno presidiato la zona perché il Comune “non ci ha mai permesso di integrarci”. Oggi sono di nuovo in strada. Yacob se la prende con l’Europa ma anche con l’ex amministrazione comunale. “Milan Refugees” non vuole una vita facile, non chiede di vivere gratis, non vuole ‘rubarè posti di lavoro o entrare in conflitto con gli italiani. La precisazione è rivolta all’ex assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato che “ci considerava dei pigri, dei rifugiati per professione”.

Il proverbio cinese. In chiusura, Yacob si permette di dare un consiglio: “Come dicono i cinesi, se qualcuno ti chiede del pesce, non darglielo ma insegnagli a cucinarlo. Fin’ora abbiamo solo cercato umanità. Se l’umanità esiste ancora in Italia”. La lettera è datata 4 luglio. Quasi sette giorni dopo, di Pisapia ancora nessuna traccia.

(09 luglio 2011) la Repubblica.it

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Una Risposta

  1. Ormai è chiaro quanto evvidente che la questione ‘emergenze’ siano ingestibili da parte dello Stato. La domanda che ne consegue è se cambiando gli equilibri interni dello Stato le cose cambino veramente ( riforme ). Rispondo in questi termini: il vero problema non sono gli ‘equilibri’ ma il modo in cui vengono applicati. Per esempio anche la questione della ‘legalità’, essendo solamente una questione di forma, rende impossibile risolvere situazioni da parte delle istituzioni. Quindi tutti bei principi ma inapplicabili nella realtà.

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