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La vita da film del vero Monnezza

di PINO CORRIAS, la Repubblica

ROMA Quinto Gambi, detto Er Patata, sta in fondo al capannone, dopo le acciughe e gli scampi. Sono le quattro del mattino. Lui ha 66 anni: carica, scarica, vende, e sta una bellezza. Ha il cappello jeans, gli occhi azzurri, la barba nera, doppia porzione di collo con tre grosse catene d’ oro che luccicano come la schiena dei tonni che gli stanno ai piedi.

Quinto Gambi, artisticamente parlando detto Er Monnezza, fa “il pesciarolo” da quando aveva 13 anni, qui ai Mercati generali. «I mercati sono generali come la vita. Ci trovi tutto, anche l’ amicizia».

Una notte del 1966, nei fondali del Piper, tra alghe e bimbe in lamè, ha incrociato Tomas Milian, il cubano. «Aho! Come se mi ero inciampato in uno specchio. Dio m’ è testimone: uguali come due pesci. Gli dico: ho un paio di fregne sotto mano, vieni che ce le rimorchiamo~ E lui: ah trucido!».

Da quella notte il trucido e l’ attore diventano amici e poi anche un pezzetto del cinema italiano. Una ventina di film insieme, epopea del Monnezza, il ladro buono di borgata, poi di Nico Giraldi, il commissario di sinistra e capelluto e proletario.

Lui diventa la controfigura di Tomas sull’ asfalto dei set: salti, botte, spari, rotolate. Ma nelle nottate romane gli fa anche da vocabolario di gesti, di sguardi e di parole: «Per esempio gli insegnavo come si mangia un piatto di pasta aglio, ojo e peperoncino, con gli occhi spalancati da fame antica. O come si sputa lontano, senza la rincorsa. O come si fa a botte».

Dice ancora oggi costernato: «Lui non sapeva niente, nemmeno come ci si soffia il naso con le dita». «Mi devi insegnare tutto» gli ha detto quel giorno Tomas. E lo ha invitato una settimana intera a casa sua, dalle parti dei Parioli. «Due terrazze, il cielo blu, un sogno. La prima sera mi fa vedere la stanza per dormire e io passo la notte pietrificato nel letto perché ho paura che se faccio rumore quello pensa che sto a rubà».

Racconta: «Di giorno ce ne andavamo in giro. Io avevo una 500 che era un tale catorcio e sporca e arrugginita che ci avevo messo un cartello: Eppur si muove. Lui invece aveva una Roll Royce color argento, pulita e grande come una chiesa. Usavamo la sua».

Dice che ogni tanto Tomas gliela prestava. Lui, come niente, ci andava in borgata, ci faceva salire i ragazzini e una volta ci ha pure caricato il pesce. «Il giorno dopo, Tomas mi ha detto: ma che è sta puzza di cadavere?». Quinto Gambi, la settimana scorsa ha visto questa filologica furbata de Il ritorno del Monnezza e gli è sembrata appetitosa quanto quei cadaveri di un tempo, pesce scongelato che si gonfia al sole. Non commestibile. Fastidioso pure all’ orecchio: «Con le parolacce che te le regalano. Esagerate, inutili. Noi le mettevamo come per cantare. Noi eravamo un’ altra cosa». Un’ altra cosa.

Era – il primo e unico Monnezza – un assemblaggio vertiginoso di molti scarti e bulloni narrativi come accadeva nelle fantastiche officine di Cinecittà ai tempi d’ oro del cinema di genere, quando si usava lo spago e la fantasia: un pezzo di poliziesco e uno di commedia, un po’ di realismo e la parodia, parolacce in rima, eroe solitario, cazzotti col rimbombo, affresco sociale, un mezzo spogliarello, due rutti interi, gli schiaffoni a Bombolo, l’ inseguimento con l’ Alfa e la Guzzi taroccata.

I ricchi sempre grassi e vigliacchi, i borgatari invece gagliardi. Trame tipo lui salva lei e gonfia l’ altro. Finale con il bacio e l’ alba sul Raccordo. Farina del sacco di molti artigiani – Bruno Corbucci, Mario Amendola, Galliano Juso – ma inchiostro e pensieri del mitico Dardano Sacchetti, 162 film firmati, dai primissimi thriller di Dario Argento, tipo Il gatto a nove code, agli horror di Mario Bava, fino all’ insuperato (e incompreso) Alex l’ ariete quello con Alberto Tomba, del vecchio Damiano Damiani, capolavoro da due euro e mezzo di incasso.

«L’ idea del Monnezza – racconta a sorpresa Sacchetti – nasce non solo da un poliziottesco di routine, ma anche da un militante grande e grosso del pci e da un piccolo film americano prodotto da Andy Wharol».

Possibile? Come no. Il poliziottesco si chiama Roma a mano armata, regia di Umberto Lenzi, con il solito commissario biondo e fascistoide, Maurizio Merli, che a un certo punto spara a un ladro straccione, detto il Gobbo, impersonato da Tomas Milian. «Quando gli spara nelle sale accade il finimondo. La gente protesta perché sta dalla parte del Gobbo. Noi ce ne accorgiamo e cominciamo a pensare come si potrebbe sviluppare il personaggio».

Ingrandirlo, trasformarlo in eroe, dargli un nome e una lingua. Poi accade che in un pomeriggio romano di scontri con la polizia, Sacchetti veda all’ opera un militante del pci alto due metri che sradica un alberello in Campo de’ Fiori per fare a botte. Il militante si muove solitario, mena, le prende, parla come uno scaricatore di porto anche se di mestiere fa lo spazzino. Ecco il carattere.

Poi accade che al Film Studio proiettino Trash, spazzatura, monnezza, di Joe Dallesandro, scuderia Factory di Wharol. Roba per palati finissimi e occhio underground. Ecco il nome. A questo punto torna in scena Quinto Gambi.

«Io e Tomas avevamo già fatto insieme un sacco di film bellissimi tipo Se sei vivo spara, C’ era una volta Provvidenza, La resa dei conti. Tutta roba con i cavalli, le pistole, e la prateria che veramente non era prateria, ma Tuscia e alberelli di Manziana. Ogni tanto si andava a girare pure in Spagna, ma io non partivo mai, non avevo il passaporto e per me dopo Frascati era già l’ estero».

Nasce il Monnezza. Il grande Ferruccio Amendola ci mette la voce. Quinto ci mette i riccioli neri, i gesti, la parlata e pure i vestiti, tipo il cappello colorato, i jeans stracciati, i bracciali, le collane. Quinto ci mette l’ anima, la mimica e la sua storia. Senza la sua storia non ci sarebbe il pathos e il retrogusto.

«Sono nato nel ’39, l’ anno della guerra. Segno Scorpione. Borgata Tor Marancia che tutti chiamano Shangai perché quando piove si allagano le buche e anche quando non piove si vive tutti stretti, ma così stretti, come i cinesi, appunto.

«La mia famiglia aveva un banco del pesce al Trionfale. Mio nonno si chiamava il Patata, mio padre si chiamava il Patata e io da piccolo il Patatino. In famiglia c’ era un sacco di gente, i miei genitori, i nonni, un fratello, due sorelle. Io sono il più piccolo, l’ ultima scolatura. Era una bella famiglia e non ci mancava niente. Come diceva mio padre: non mi sono mai comprato casa, ma neanche me la sono mai venduta».

«Mi sono seduto a scuola fino alla terza elementare, poi basta. Facevo a sassate in borgata, andavo a spiare le coppie per tirarmi giù i calzoncini e farmi la saccanella~ Come la chiami? E qualche volta mi arrampicavo sugli alberi. Una volta sono volato giù e un ramo mi è entrato sotto al braccio. Tutti i miei amici avevano il soprannome: Piedone, il Maligno, il Pantera, Er Menta, perché c’ aveva l’ alito cattivo e il Fischietto, che era un ragazzo con l’ asma».

«Di notte ho sempre lavorato con il pesce. Di giorno leggevo Tex e i gialli di Ellery Queen anche se a metà scoprivo sempre l’ assassino. Il sabato mi davo una pulita e andavo a ballare. A ballare ho incontrato Gabriella che è stata la donna della vita mia. Le dicevo lasciami perdere, sei troppo piccola. Invece siamo stati fidanzati 18 anni e sposati 20. Eravamo come Giulietta e Romeo. E quando è morta, il cielo si è svuotato e io ho pianto tre giorni e non riuscivo più a dormire».

Quinto Gambi, sotto ai neon dei Mercati generali, si soffia il naso con il fazzoletto, rimugina, si accende una sigaretta, te la offre, e se rifiuti ti dice: «E quanto vuoi campà ancora?». Quinto Gambi è romantico. Dice che a Tomas si è proprio affezionato anche se ormai è sparito da po’ di anni. Lo aveva visto perdersi dentro la depressione, l’ alcol, la solitudine, la droga. E lo aveva visto risorgere dopo i pellegrinaggi in India.

«Un giorno gli ho detto, ma questo Sai Baba che frequenti, sta contro Gesù? E lui mi ha detto no, sta dalla stessa parte. Allora va bene, gli ho detto. Tomas è sempre stato fragile. Io ho provato a insegnargli tante cose, anche il romanesco difficile, tipo che rote vuol dire scarpe, ruspa vuol dire giacca e asparago è la guardia carceraria. Ma non potevo insegnargli anche come si sta al mondo».

Dice che Tomas ne sapeva molto meno del Monnezza e che il Monnezza ne sa meno di lui, di Quinto Gambi. «La mia regola è: friggi il pesce e guarda il gatto. Vuol dire: stai con quattro occhi, non farti fregare».

E a Cinecittà, in quegli anni d’ oro, quattro occhi sono il minimo per campare, per sopravvivere nei mondi infestati da produttori come squali e attricette come leoni. Il commissario Nico Giraldi mena e incanta. Spazza via il poliziottesco reazionario, archivia i giustizieri pettinati, moltiplica la parodia.

Fa incassi da record. Diventa un eroe popolare. Tomas Milian gira scalzo con la Rolls, casca nella trappola del personaggio. Quinto Gambi resta più o meno com’ era.

Dice: «Ci sono stati momenti belli di amicizia. Qualche avventura. E cestini gratis. E 150 piotte al giorno per prendere il sole. Poi basta. Sono pesciarolo, non ladro di altre vite. E poi a casa c’ era Gabriella, la vita mia, che per Mario Bolognini, il regista, aveva il viso più bello di Roma, ma per me anche di Shangai». 

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