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Per chi suona la campana…

Fallita la Diaco, 120 dipendenti a casa

Trieste: le banche hanno detto no al piano di ristrutturazione dell’impresa di Cerani: erano già fuori di 10 milioni. Nominato il curatore

di Claudio Ernè, Il Piccolo

TRIESTE Al termine di un’agonia protrattasi per un anno ieri i “Laboratori Biomedicali Diaco spa” sono stati dichiarati falliti. Il Tribunale civile, presieduto dal giudice Giovanni Sansone, ha preso atto che le banche creditrici hanno rinunciato a presentare entro il 30 settembre l’accordo di ristrutturazione dell’ingente esposizione debitoria della società: al 31 luglio scorso i debiti a breve termine avevano raggiunto quota nove milioni di euro, di cui 2,7 milioni erano già “scaduti”.

La rinuncia degli istituti di credito non ha potuto non essere “letta” come un suono di campane a morto, di revoca della fiducia nel risanamento su cui le stesse banche avevano detto di credere all’inizio dell’estate. Da tempo gli azionisti non riversavano più – per scelta o per impossibilità di farlo – nuove risorse finaziarie nell’azienda e la produzione che avrebbe dovuto decollare da giugno a oggi, ha segnato il passo. Non solo non ha consentito di realizzare utili, ma al contrario ha generato nuove perdite.

Ecco perché è stato dichiarato il fallimento dei «Laboratori Biomedicali Diaco spa». È l’ennesima tegola che si infrange sul fragilissimo tessuto industriale triestino e sull’occupazione boccheggiante della città. Centoventi persone in maggioranza donne, da ieri hanno perso il lavoro e lo stipendio: si sono riuniti in assemblea, hanno chiesto aiuto e solidarietà, si sono appellati alle autorità e si sono stretti attorno ai sindacati.

Da tempo avevano paura perché la produzione procedeva a singhiozzo per mancanza di materie prime. Ma speravano, credevano che il loro impegno a lavorare a testa bassa, rinunciando talvolta a diritti sindacali consolidati, li avrebbe portati fuori dalla secche manifestatesi già nell’estate del 2010, al termine del raid nell’economia slovena tentato dall’allora leader del gruppo Diaco, Pierpaolo Cerani. Tutto è stato inutile. Il lavoro è stato sconfitto dalle regole della finanza e il crac è arrivato con tutto ciò che ne consegue. Protestare ora non serve, dal momento che la sentenza di fallimento non può essere appellata e gli impegni dettati dal Codice sono stati già fissati nella sentenza .

L’avvocato Enrico Bran è stato nominato curatore e deve procedere “immediatamente” all’inventario dei beni della società. Entro tre giorni i bilanci e le scritture contabili e fiscali, dovranno essere depositate in cancelleria. L’incombenza spetta all’azienda dichiarata fallita. Entro il 9 dicembre i creditori che vantano “diritti reali o personali su cose in possesso del fallito” dovranno farsi avanti presentando in cancelleria le domande di insinuazione. Il 9 gennaio i creditori si riuniranno nello studio del giudice Giovanni Sansone per esaminare lo stato passivo.

L’avvocato Emanuele Urso, legale storico della Laboratorio Biomedicali Diaco spa, pochi giorni fa aveva tentato di prendere ancora tempo. Aveva chiesto al presidente del Tribunale civile un terzo rinvio per poter stipulare un accordo di ristrutturazione dei debiti con i creditori.

La risposta è stata negativa perché nei venti giorni richiesti non poteva andare a buon fine quanto l’azienda non è riuscita a ottenere nei cinque mesi precedenti. Anzi il patrimonio sociale, vista la situazione, avrebbe subito una ulteriore erosione a danno dei creditori.

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Una Risposta

  1. Nei commenti dell’edizione on line quacuno ha scritto: “Perchè nessuno parla della Duke?” Qualcuno sa qualcosa in merito?

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