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Soluzione Islandese: copia-incolla…

Ecco che cosa ha fatto un popolo colto, cosciente, organizzato e deciso, chissà perchè neanche di questo si vuole parlare molto:

  1. Bloccare il rimborso dei debito estero (soprattutto verso banche Olandesi e Inglesi) con le tasse degli islandesi. Il debito estero è stato letteralmente “cancellato” anziché pagato in quanto ritenuto causato da azioni criminose di banchieri e membri del governo.

  2. Disporre  le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo. L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda.

  3. Costituire un movimento per proporre la redazione di una nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca quella in vigore dal 1944 e basata sul modello danese. Per lo scopo, ci si rivolge direttamente agli elettori.

La crisi del 2008 e la “Rivoluzione Islandse”

da wikipedia

L’inizio della crisi ha la propria genesi, nei primi mesi del 2006[18], quando si ebbero i primi casi di insolvenza delle tre banche principali dell’isola: la Glitnir, la Kaupþing, la Landsbanki.

La situazione andò via via peggiorando nel corso dell’anno seguente, per poi precipitare a ottobre del 2008 quando l’intera isola venne travolta dai crolli delle borse mondiali seguite alla crisi americana dei mutui subprime.

Nel corso dei dieci anni precedenti, l’economia islandese era cresciuta ad un ritmo attorno al 6% annuo, ragguardevole se si considera che si trattava di uno dei paesi con il reddito pro-capite più alto del mondo. L’Europa nello stesso periodo era cresciuta ad un ritmo ancorato al 2%.

Ad aggravare la situazione, c’era il fatto che la krona era una valuta fluttuante, esposta all’influenza dei mercati mondiali. I tassi di interesse erano piuttosto alti: 5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone. La situazione incoraggiava l’afflusso di denaro dal mercato globale per finanziare debito pubblico, azioni e obbligazioni islandesi. In particolare risultava conveniente a fini speculativi contrarre prestiti, ad esempio, in Giappone e reinvestirli in Islanda (carry trade).

Per arginare il fenomeno, la banca centrale alzò i tassi di interesse.

Tale iniziativa, in teoria, avrebbe dovuto scoraggiare il ricorso all’indebitamento da parte degli islandesi (dal momento che alzare i tassi e quindi il costo del denaro vuol dire in pratica rendere meno vantaggioso l’acquisto di titoli pubblici a tasso fisso ma rendere più appetibili strumenti finanziari a tasso variabile e i depositi sui conti correnti), ma ebbe l’effetto contrario a causa dei ridotti volumi in questione (ridotti con riferimento all’economia mondiale, giganteschi rispetto alla piccolissima economia dell’isola).

Si innescò, così, un circolo vizioso: più i tassi salivano, più i titoli di debito diventavano appetibili e attiravano capitali, il che spingeva i tassi sempre più in alto, e così via. Nel giro di qualche anno i tassi di sconto, da cui dipendono in particolare gli interessi sui Buoni del Tesoro, raddoppiarono e poi triplicarono fino a sfiorare il 15%.

Nel frattempo le tre minuscole banche islandesi si riempirono di denaro straniero, che utilizzarono in acquisizioni all’estero, specialmente in Svezia, Norvegia, Danimarca. Lo stesso fecero gli imprenditori islandesi acquistando quote in aziende di tutto il mondo. Il ricorso al credito fu ingente anche da parte dei lavoratori, che vedevano i propri salari crescere allo stesso ritmo. D’altra parte, nel peggiore dei casi, investire in Islanda rendeva invariabilmente percentuali a due zeri, come ad esempio nel mercato degli immobili, i cui prezzi erano più che raddoppiati.

A gennaio 2006, l’agenzia di rating Fitch espresse perplessità sul fatto che un indebitamento di tali proporzioni fosse sostenibile da parte di un paese di 300.000 abitanti. Si parlava infatti di debiti esteri per diversi miliardi di dollari, cioè di cifre confrontabili con l’intero PIL (pari a una decina di miliardi).

La sfiducia sui mercati internazionali derivante dall’abbassamento del rating causò una mancata sottoscrizione di un’obbligazione a cinque anni emessa dalla banca Kauphting, che stava scadendo: della nuova emissione, pari a 1250 milioni di dollari, le richieste si fermano a 600 milioni.

La banca restò dunque scoperta per 625 milioni, e fu l’inizio di una crisi inarrestabile, con le caratteristiche code agli sportelli delle banche. Anche il deficit dello stato viaggiava a due cifre (> 20%) e nel corso degli anni aveva portato ad un debito pubblico pari a quattro-cinque volte il PIL.

Nell’ottobre del 2008, dopo ripetute iniezioni di liquidità da parte di diversi paesi che non hanno portato significativi miglioramenti, l’Islanda viene travolta dalla crisi dei mercati valutari americani e si dichiara sull’orlo del fallimento.[19][20]

Il 7 ottobre 2008 la Russia propone un prestito di oltre 4 miliardi di euro all’Islanda[21]. Il 20 ottobre 2008 vede la luce un piano alternativo al prestito russo, stavolta pilotato dal Fondo Monetario Internazionale, in cui si prevede un prestito diretto di un miliardo di dollari, e di altri cinque miliardi forniti attraverso le banche centrali scandinave e giapponese[22].

Durante tutto il 2009 la situazione si va marginalmente stabilizzando, ma le finanze del paese continuano a versare in situazione drammatica: a luglio 2009 è solo con un prestito di 2 miliardi di euro da parte del Fondo Monetario Internazionale che viene scongiurata l’ennesima imminente bancarotta[23].

Le tre banche del Paese – Landsbanki, Glitnir e Kaupthing – operano con un’esposizione di 11 volte il PIL islandese, chiaramente impossibile da rimborsare per gli istituti e per lo Stato. L’esposizione riguarda in gran parte depositi raccolti dalle filiali estere, di correntisti del Regno Unito (320.000 persone) e dell’Olanda[24].

Un movimento di opinione ha manifestato e raccolto firme per bloccare il rimborso dei debito estero (soprattutto verso banche Olandesi e Inglesi) con le tasse degli islandesi e il Presidente Olafur Ragnar Grimsson ha bloccato un disegno di legge che prevedeva il rimborso di 3.4 miliardi di euro a debitori del Regno Unito e Olanda. Nel marzo del 2010 si è tenuto un referendum a tal proposito e il 93% degli islandesi si è opposta alla legge di rimborso. Una nuova proposta di rimborso è ugualmente stata bocciata mediante referendum nel marzo del 2011[25]. In altre parole, il debito estero è stato letteralmente “cancellato” anziché pagato in quanto ritenuto causato da azioni criminose di banchieri e membri del governo.

Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo. L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda.

La nuova Costituzione [modifica]

In questo contesto di crisi, alcuni cittadini costituiscono un movimento per proporre la redazione di una nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca quella in vigore dal 1944 e basata sul modello danese[26]. Per lo scopo, ci si rivolge direttamente agli elettori: il 27 novembre 2010 vengono eletti in questa assemblea da meno del 36% degli aventi diritto 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono candidati[27]. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori. L’autoproclamatisi ‘Assemblea Costituente’ (Stjórnlagaráð) eletta era composta da docenti universitari, avvocati, giornalisti ed anche da un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista[28]. Al termine dei propri lavori, il 29 luglio 2011 il movimento ha presentato al Parlamento islandese un progetto, nel quale sono confluite la maggior parte delle “linee guida” prodotte in modo consensuale via internet e nel corso delle diverse assemblee del movimento che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La proposta popolare di riforma costituzionale è attualmente sottoposta al vaglio di una commissione parlamentare e dovrà essere sottoposta ad approvazione tramite referendum popolare prima delle elezioni presidenziali che si terranno a metà 2012[29].

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