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Thyssen: fu omicidio volontario per scelte sciagurate

Giudici, sette morti per piccolo vantaggio economico

di Mauro Barletta

ANSA: Colpevole di omicidio volontario per la “scelta sciagurata” di “non fare nulla” in materia di sicurezza, per avere bloccato un investimento nel tentativo di rispettare “l’interesse economico dell’azienda”: ecco perché Herald Espenhahn, amministratore delegato della Thyssenkrupp, è stato condannato a 16 anni e sei mesi di reclusione.

Così si legge nella sentenza del processo per i morti causati dall’incendio che si scatenò il 6 dicembre 2007 nello stabilimento di Torino della multinazionale dell’acciaio. E’ la prima volta che in Italia viene applicato questo articolo del Codice a una tragedia sul lavoro. La tragedia di sette operai che, mentre erano in servizio alla linea 5, in piena notte, cercarono di spegnere uno dei tanti fuocherelli che si attaccavano ai macchinari ma che all’improvviso furono investiti da una violentissima vampata: le ustioni erano tali da far pensare, come disse il medico legale Roberto Testi, che fossero stati “immersi in una nube incandescente”.

Certo, ad Espenhahn è stato concesso “il minimo della pena” e gli sono state riconosciute le attenuanti del buon comportamento processuale e del risarcimento del danno ai familiari delle vittime. Ma la condanna per omicidio volontario (“con dolo eventuale”) segna ugualmente un punto di svolta nella giurisprudenza: se la linea della Corte d’Assise di Torino verrà confermata in appello e in Cassazione, le inchieste e i processi in materia di sicurezza, di prevenzione e di morti bianche dovranno passare per una rivoluzione copernicana.

Nelle 465 pagine della sentenza il giudice Paola Dezani divide le responsabilità dei sei imputati e distingue, in punta di diritto, fra omicidio colposo “con colpa cosciente” e omicidio volontario “con dolo eventuale”: è la differenza tra chi, alla Thyssenkrupp, era convinto che non sarebbe successo nulla (come i cinque dirigenti condannati a pene comprese fra i 10 e i 13 anni e mezzo) e chi, come Espenhahn, ha “accettato il rischio” di un disastro.

Alla Thyssenkrupp, infatti, sapevano. Sapevano che la filiale di Torino, ormai prossima alla chiusura, versava in “gravissime carenze strutturali e organizzative” a fronte degli alti standard di sicurezza degli altri stabilimenti sparsi fra la Germania e l’Umbria: il personale era ridotto all’osso, gli estintori erano sempre scarichi, c’erano già stati incendi suonati come campanelli d’allarme, persino la compagnia assicuratrice aveva aumentato la franchigia.

Eppure, per “scelta miope”, si decise di continuare la produzione come se niente fosse; e si decise di differire un importante investimento antincendio sulla linea 5 al trasloco dell’impianto a Terni. L’azienda ne avrebbe avuto un “contenuto vantaggio economico”. Ed è a Espenhahn che i giudici attribuiscono questa “scelta sciagurata”: il quarantacinquenne tedesco, descritto come un super manager di gran lunga più bravo e competente dei suoi collaboratori italiani, così attento alla pulizia che si arrabbiava “se solo vedeva un bicchierino per terra”, ha “azzerato” gli investimenti, “azzerando” anche la “sicurezzà, “nell’interesse non suo personale, ma dell’azienda”.

La Corte presieduta dal giudice Maria Iannibelli, nelle motivazioni, scioglie anche diversi interrogativi rimasti in sospeso. La testimonianza dell’unico sopravvissuto, Antonio Boccuzzi, oggi deputato Pd, è “del tutto attendibile” nonostante i dubbi della difesa. Il tentativo di condizionare le testimonianze di alcuni lavoratori è stato “gravissimo” e merita un’inchiesta della Procura. E i morti non hanno colpe: forse si sono accorti del focolaio in leggero ritardo rispetto al solito, ma non è vero che stessero chiacchierando o “guardando la televisione”. Quel che c’é di “anomalo”, viste le condizioni di lavoro, è come fossero sempre riusciti, in precedenza, a “fronteggiare situazioni analoghe”.

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