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Per crescere è vietato arroccarsi

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LASTAMPA.it Opinioni

21/12/2011

Trovo che sia un’analisi razionale ed interessante, ovviamente discutibile, ma certo un punto di vista che ci permette di aprire il nostro orizzonte.

STEFANO LEPRI
Si litighi pure, sulla riforma del mercato del lavoro; ma senza fabbricarsi bersagli di comodo. Ciascuna parte in causa deve spiegare che cosa propone di fare e perché. L’economia italiana soffre di una malattia grave, la produttività che non cresce: siamo incapaci di far sì che domani ci sia più ricchezza da spartire rispetto ad oggi. Inoltre, la nostra società sottoutilizza e scoraggia i giovani. Analisi della Banca d’Italia ipotizzano che esista un nesso tra i due problemi.

Tuttavia conviene tenerli distinti. Perché la produttività ristagna? Nel settore pubblico sono frequenti i fannulloni, sono ancor più numerosi i lavoratori costretti senza colpa a mansioni inutili o mal organizzate. Nel settore privato invece la disciplina del lavoro c’è; ma le imprese, oltre ad essere fiaccate da inefficienze esterne, sono troppo piccole, stentano a capire le nuove tecnologie, spesso vivacchiano in nicchie protette o alimentate da sussidi pubblici.

I giovani anche nel raro e fortunato caso che trovino un impiego fisso guadagnano poco e hanno scarse prospettive di carriera. Ne ricavano un errore di visuale che spinge anche loro a considerare iniqua la riforma della previdenza decisa dall’attuale governo, perché il pensionamento anticipato di un anziano gli pareva l’unica maniera di raggiungere una posizione ambita.

Occorrono cambiamenti profondi. Gli imprenditori dovrebbero riconoscere che una buona parte del ristagno di produttività, dopo anni di moderazione salariale, dipende da loro; oltretutto i licenziamenti, secondo l’indice Epl dell’Ocse, non sono da noi più difficili che in Germania o in Francia. I sindacati dovrebbero ammettere di non saper proporre nulla di valido per i giovani. Davvero, nella Cisl come nella Cgil, si pensa che i precari possano essere sedotti dallo slogan «un’ora di lavoro a termine pagata quanto un’ora di lavoro fisso»?

Da una parte occorre affrontare il problema dei giovani: e i sindacati devono spiegare per quali esatti motivi non gradiscono il contratto di lavoro unico che il governo Monti sta studiando, e che a molti giovani appare attraente. Per incentivarli alla sincerità, la questione dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori andrebbe momentaneamente separata. La tutela contro i licenziamenti nelle aziende sopra i 15 addetti non costituisce né un freno alla produttività né un freno alla crescita dimensionale delle imprese (lo provano i dati Istat, scrutinati a fondo dalla Banca d’Italia: nessun anomalo affollamento di imprese sotto quella soglia).

Se la materia licenziamenti va rivista, è casomai per un altro motivo. L’economia italiana deve affrontare una massiccia ristrutturazione dei processi produttivi. Sarà purtroppo necessario ridurre l’occupazione in molte aziende; un gran numero di persone dovrà spostarsi da un lavoro a un altro. Innanzitutto servirà una indennità di disoccupazione robusta ed estesa a tutti, ed è da qui che la discussione deve cominciare. Inoltre occorre dare credibili speranze che l’economia si rimetta in moto, generando posti di lavoro altrove per sostituire quelli distrutti: un pacchetto massiccio di liberalizzazioni in ogni settore darebbe il contributo migliore.

Non è facile mettere tutta questa materia sul tavolo quando in Italia si profila una recessione che, si ascolta dire tra gli esperti, nel 2012 potrebbe essere perfino più grave rispetto al meno 1,5-1,6% dei rapporti di previsione più recenti. La reazione istintiva di fronte a questo pericolo è un arroccarsi su ciò che si ha. Ma chi non ha né un posto fisso né speranze, come tanti giovani, non se lo può permettere. E forse non ce lo permetteranno nemmeno i mercati finanziari.

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Una Risposta

  1. L’analisi è interessante, anche perché parte da costatazioni di buon senso: l’estremo nanismo delle imprese italiane, la burocratizzazione del settore pubblico, ma persegue una logica che va respinta alla radice, ovvero che la produttività sia bassa, forse lo è rispetto il rapporto con il PIL (cosa che meriterebbe un capitolo a parte), ma non di certo rispetto la produttività espressa dai lavoratori, che negli ultimi decenni hanno visto aggravarsi notevolmente la loro qualità del lavoro. Allo stesso modo vanno respinte ricette ideologiche delle privatizzazioni che sono entrate nella logica comune, ma non hanno mai funzionato per rilanciare l’economia, quanto solo per il lucro del mercato.

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