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‘Noi operaie licenziate via fax’

di Michele Azzu, L’Espresso

Dopo due anni di proteste e cassa integrazione le 240 lavoratrici faentine dell’Omsa hanno ricevuto il benservito dall’azienda proprio nei giorni di Natale. Contro ogni accordo. Per questo hanno scritto una lettera al ministro Passera. Mentre il Popolo Viola rilancia su Facebook il boicottaggio dei prodotti. Ed è boom di contatti

“Quando arrivi a Faenza te ne accorgerai dall’odore” si dice in Romagna, ed è vero: appena passi il casello dell’autostrada e ti immetti nella rete di centri commerciali e fabbriche, uno strano odore ti prende le narici. Viene dalla Tampieri, che fa concimi. E’ il segno di una città che ha consacrato tutto sull’altare dell’industria, la stessa industria che oggi chiude i battenti. Lo scorso 27 dicembre le 240 operaie tessili dell’Omsa hanno ricevuto via fax le lettere di licenziamento, dopo due anni di cassa integrazione e tante proteste (documentate da L’isola dei cassintegrati). La decisione è “Una doccia fredda”,  dice Samuela Meci, operaia e rsu locale. “C’era stato un incontro al ministero dello sviluppo appena il 23 dicembre, e si continuava con le trattative di riconversione. Il licenziamento ora va contro ogni accordo firmato al ministero, e Passera deve intervenire assieme al sindacato e alla regione”.

Le operai faentine non sono sole. Il 25 novembre la Golden Lady ha licenziato anche 400 lavoratrici dello stabilimento abruzzese  di Gissi (Chieti). Quasi mille licenziamenti, dunque, tra Abruzzo e Romagna, a fronte di un’azienda che si autodefinisce leader italiano delle calzature. Un’azienda che non è in crisi. Per questo quelle lettere di licenziamento inviate via fax, nel pieno delle festività natalizie, hanno suscitato l’indignazione delle lavoratrici e non solo: 20 mesi dopo l’iniziativa delle romagnole di boicottare i prodotti Omsa e Golden Lady, portata avanti a lungo, il Popolo Viola rilancia l’evento su Facebook,  e dopo solo 36 ore le adesioni sono già quasi 20.000.

Per Massimo Malerba del Popolo Viola, già ideatore delle iniziative battiquorum e taxiquorum per sensibilizzare al voto nei referendum di giugno, quella dell’Omsa è “Una battaglia simbolo del lavoro femminile, e delle aziende che delocalizzano per speculare sulla crisi”.

L’Omsa di Faenza era il fiore all’occhiello dei calzaturifici made in Italy, e dava lavoro a 350 operaie specializzate. Sorta nel dopoguerra dalla famiglia forlivese degli Orsi Manganelli, diventa nel 1990 proprietà della Golden Lady. “L’Omsa è stata molto più che una fabbrica, ma un pezzo di storia dell’emancipazione delle donne – ci racconta ancora Samuela – le faentine sono passate dalla cucina alla fabbrica e si sono rese indipendenti”.

Cinquanta anni dopo l’emancipazione, le romagnole hanno dovuto lottare per il lavoro. E’ il 5 febbraio del 2009, quando Omsa mette le dipendenti in cassa integrazione. A scoprirlo è Francesca Marfurt, che in quel momento chiamava in fabbrica per informare le colleghe che era nata la sua Nicole. E l’ufficio personale le comunicava che erano in cassa integrazione”.

Alle operaie sembra assurdo che la fabbrica stia chiudendo, perché non è in crisi. Iniziano quindi un presidio permanente ai cancelli. Inseguono Nerino Grassi, patron dell’Omsa, fino alla Confindustria di Ravenna, dove: “ci ha riso in faccia, a tutte noi” ricorda Francesca. Ma le lavoratrici non si arrendono. Il 14 marzo 2010 danno inizio a un boicottaggio dei prodotti del marchio Omsa e Golden Lady, che al suo interno comprende anche SiSi, Saltallegro e Serenella. ‘A piedi nudi, io le calze non le compro’ è il loro slogan e iniziano a fare dei piccoli presidi davanti ai punti vendita in tutta la regione.

Il 25 marzo sono al Paladozza di Bologna, a ‘Rai per una notte’ di Michele Santoro. Nel settembre del 2010 finiscono nel reportage Senza Donne di Riccardo Iacona per il programma Presa Diretta, ispirazione per la nascita del movimento delle donne Se non ora quando, e della manifestazione del 13 febbraio a Roma.

La manifestazione delle donne a Ravenna viene dominata dalla performance delle operaie Omsa, che, tutte vestitie in rosso, ipnotizzano la cittadinanza marciando a passo militare, scandito da fischietti e urli. Si fermano davanti ai negozi di calze e si sdraiano all’ingresso per impedire l’accesso. Da qui nasce il documentario ‘Licenziata’, prodotto dal Teatro due mondi, che racconta il loro lungo anno di protesta. Poi arriva il primo aprile 2010, e il sindacato gioca loro un brutto scherzo. Idilio Galeotti, coordinatore provinciale della Cgil, viene rimosso dal suo incarico. Proprio lui che più di tutti si era preso a cuore la sorte delle operaie Omsa, che a quel punto iniziano a protestare anche contro il sindacato. Creano il gruppo facebook

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3 Risposte

  1. […] a margine della vicenda OMSA, ripresa oggi anche da Debora Billi, vorrei segnalare su Facebook  l’iniziativa di boicottaggio […]

  2. […] tempora collant. Lameduck ti ringrazia. 0 letture Ti Piace MenteCritica? Sempre a margine della vicenda OMSA, ripresa anche da Debora Billi, vorrei segnalare su Facebook  l’iniziativa di boicottaggio […]

  3. I danni che personaggi simli fanno alle persone dovrebbero prevedere risarcimenti milionari, perchè ti rovinano veramente la vita:
    al di là dello stress emotivo e della perdita economica, anche in caso di vittoria, nel caso cioè che tornino a lavorare, le dipendenti avranno sempre la consapevolezza di lavorare e tiempire le tasche a dei pezzi di m….a dai quali non riusciranno mai al liberarsi.
    Sono profondamente convinto che in questi casi ci dovrebbe essere una legge che permetta l’esproprio delle aziende e l’affidamento in gestione ai dipendenti.
    Si parla tanto di meritocrazia, ebbene certi imprenditori che cosa dovrebbero meritare?

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