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Strage alla Thyssen, ricorso di un manager: colpa di “negligenze dei lavoratori”

A novembre il processo d’appello sull’incendio nell’acciaieria torinese, che nel 2007 uccise sette operai. I legali di uno dei condannati in primo grado scrivono che le vittime erano impegnate “in conversazioni sindacali” e non hanno rispettato le procedure di sicurezza

La strage della Thyssen? Colpa delle “negligenze dei lavoratori“. E’ la linea difensiva che emerge dal ricorso in appello presentato dai legali di uno dei dirigenti condannati in primo grado a Torino per il rogo in acciaieria che il 6 dicembre 2007 uccise 7 operai. La dinamica dell’incendio, si legge nel ricorso, è stata “in modo decisivo condizionata dalle ripetute negligenze ascrivibili ai lavoratori”. Mai nella storia di questo processo-simbolo sul tema della sicurezza del lavoro il tema della presunta responsabilità dei lavoratori era stato posto in modo così netto dalle difese degli imputati.

Il processo d’appello comincerà a novembre. Quello di primo grado, basato sull’indagine di un pool di magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, si è concluso il 15 aprile 2011 con sei condanne. La più alta, sedici anni e sei mesi di carcere, è stata inflitta all’amministratore delegato Herald Espenhahn: nel suo caso – per la prima volta in Italia in una causa per un incidente sul lavoro – è stato contestato e accolto l’omicidio volontario con dolo eventuale. Le altre pene, per omicidio colposo, variavano dai 13 anni e mezzo ai dieci anni e dieci mesi.

I giudici della Corte d’Assise di Torino hanno accolto la ricostruzione dell’accusa, secondo la quale  le misure di sicurezza nell’impianto torinese venivano trascurate deliberatamente perché la multinazionale aveva da tempo deciso di trasferire gli impianti di Torino a Terni. Le difese hanno negato questa impostazione ma, quanto al comportamento degli operai, investiti da una nube di fuoco esplosa durante un incendio inizialmente di modesta entità, si sono limitate ad adombrare dei dubbi. Che ora prendono invece corpo nel ricorso di uno dei dirigenti italiani condannati, che tra l’altro ha cambiato i suoi avvocati.

Secondo i legali, gli operai erano impegnati in una conversazione su argomenti sindacali, non erano ai posti assegnati e si sono accorti in ritardo che il macchinario cui erano adibiti non stava funzionando in modo corretto. “Solo dopo 10 minuti e 44 secondi, contemporaneamente e del tutto imprudentemente, si sono precipitati nella zona dell’incendio, quando ormai le fiamme erano troppo alte per essere domate”. E nessuno di loro, si legge nel ricorso, “ha attivato le procedure di emergenza”.

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